C’è sempre, entrando in una mostra, un momento quasi automatico, e in fondo un po’ ridicolo nella sua prevedibilità, in cui ci si ritrova a chiedere che cosa si abbia davanti, che cosa sia davvero ciò che si sta guardando, come se fosse ancora possibile, oggi, ottenere da una domanda del genere una risposta stabile, qualcosa che non si dissolva nello stesso istante in cui prende forma.
Andrea Capucci, “In forma di amore”, 2026, terracotta invetriata, 30 × 40 cm. Courtesy Galleria Antonio Verolino, Modena
A questo si aggiunge, con sempre maggiore evidenza, una sorta di disturbo percettivo del visitatore, quella compulsione a voler capire l’arte prima ancora di averla guardata, come se la...
